Augusta ghibellina assediata dagli Angioini (fine XIII secolo)

Inserto

Inserto pubblicato dalla Redazione il 21 Dicembre 2017


Il successore testamentale di Federico II a cui lasciò l’impero era il suo secondogenito Corrado IV di Svevia e per quanto riguardava il vicariato era il siculo-italico Manfredi principe di Taranto.


Corrado varcò le Alpi giungendo in Italia e rivendicando i domini del regno Meridionale, ma la sorte gli fu avversa poiché morì nel 1254 alla giovane età di 26 anni e gli succedette nella titolarità della casata il figlio Corradino avuto dal matrimonio con Elisabetta di Baviera. Sul trono, incoronato a Palermo nel 1258, salì Manfredi figlio illegittimo di Federico II ma pur sempre uno Hohenstaufen. Manfredi somigliava molto al padre per gli interessi culturali e l’intraprendenza, per il suo carattere era sembrato difficile che potesse aspirare alla corona imperiale anche se Roma aveva dato il tacito assenso alla sua incoronazione a re di Sicilia. Manfredi non si voleva accontentare e quindi mirava ad ampliare i confini del suo regno mettendosi a capo dei ghibellini in Lombardia e in Toscana appropriandosi delle terre dello Stato Pontificio. Il 4 settembre 1260 la vittoria ghibellina sui guelfi nella battaglia di Montaperti (Siena), dopo questo evento si aprì la prospettiva per il dominio dell’intero regno d'Italia. Roma aveva di che preoccuparsi, cercò quindi un principe devoto alla Chiesa e fedele al Papa al quale offriva la corona del regno di Sicilia. Il Papa Urbano IV (francese) per impedire Manfredi di agire contro la proprietà dello Stato Pontificio e dei domini meridionali offrì l’investitura a Carlo d’Angiò, fratello di re Luigi di Francia. L’investitura era piuttosto ardua, ma Carlo era abbastanza ambizioso e disposto a pagare qualunque prezzo pur di cingere la corona di re di Sicilia. Il 28 giugno 1265 ricevette l’investitura del regno siculo, ora il regno di Sicilia aveva indebitamente due re, Manfredi e Carlo. Il 26 febbraio 1266 Manfredi perdeva la vita in battaglia a Benevento e anche la corona, la Chiesa e i guelfi esultarono, la lotta di Manfredi contro la Chiesa finì per danneggiare i siciliani che lo avevano sostenuto. Il popolo siciliano, pur non amandolo, non oppose resistenza a Carlo d’Angiò che si impadronì di parte dell’isola dettando i propri proclami. Gli sconfitti ghibellini, come accade dopo un conflitto, subirono violenza dai vincitori che decretarono sentenze di morte sommarie e requisirono i loro beni. Carlo volle dimostrarsi indulgente con chi si sottometteva al suo volere e non perdonò mai quelli che si opponevano. Caduto Manfredi, si diffuse la notizia che in Sicilia sarebbe giunto Corrado Hohenstaufen duca di Svevia (detto Corradino), i ghibellini esultarono con coraggio e si prepararono a insorgere nell’isola. Il borgo di Augusta era divenuto un centro di resistenza ghibellina e si preparava allo scontro violento con l’armata angioina.“Questa indicazione sul percorso storico che ci accingiamo a descrivere viene dal cronista Saba Malaspina il quale riferisce che a 40 anni dalla fondazione di Augusta e all’assegnazione del territorio spettante da parte di Federico II, fu assediata dagli angioini i quali commisero una strage imperdonabile”. In quel tempo gli abitanti di Augusta erano circa duemila, ma molti di essi non erano in grado di impugnare le armi contro l’armata di Carlo d’Angiò. Il borgo dove abitavano gli augustani si estendeva dal Castello fino all’attuale via Roma per circa 230 metri includendo nel comprensorio la Piazza d’Armi. Nel 1269 il re affidò a Guglielmo l’Estendart l’incarico di assediare Augusta e punire con la morte tutti quelli che si fossero opposti. Guglielmo uomo di guerra di indole crudele e sanguinario non aveva pietà nei confronti dei nemici del re, questo fu l’uomo che si trovarono davanti i cittadini augustani sostenitori dei ghibellini. L’esercito di Guglielmo si trovò di fronte a una grande muraglia che proteggeva il borgo di Augusta, si accampò in uno spazio ampio chiamato “Piano della Fiera” (borgata), mentre l’esercito alla difesa del borgo formato da circa mille uomini (boni viri) si schierarono sull’istimo a protezione di Augusta. A difesa del Castello giunsero da Tunisi con Corrado Capace (vicario di Manfredi e di Federico di Castiglia, fratello di re Alfonso) duecento cavalieri toscani. I due eserciti si fronteggiarono e si schernivano senza impugnare le armi, ma espugnare Augusta non era certamente facile. Per imbrogli e accordi in odore di tradimento da parte di alcuni nobili augustani vi fu l’assedio tra l’agosto e dicembre del 1269 da parte degli angioini. Qualcuno aprì le porte per l’accesso al Castello e al comprensorio della Piazza d’Armi, i difensori in numero molto inferiore degli assedianti dovettero abbandonare il Castello e le armi e fuggire anche via mare. Guglielmo con la sua bestiale ferocia mandò a morte molti innocenti tra cui donne e bambini, i cavalieri toscani furono barbaramente uccisi e fatti a pezzi. Augusta risorse presto, si ripopolò nel 1270 subito dopo la strage, afferma lo storico l’Amari, ma il cronista Malaspina scrive che la città rimase deserta e squallida per lunghissimi anni. E’ evidente che non sempre i cronisti storici del “Vespro” forniscono fatti con precisione cronologica.

la Redazione. | Tutti i diritti sono riservati |