Anche un augustano vittima nel disastro di Marcinelle

Inserto

Inserto pubblicato dal un nostro inserzionista nell'Ottobre 2014.

Negli anni scorsi ho avuto la possibilità di conoscere il signor Giuseppe Costa, rimasto nei miei ricordi più cari per le tante cose che mi ha raccontato della sua avventurosa vita. Il signor Costa è stato sempre emigrante, in Europa e nelle Americhe, e mi parlò un giorno del suo lavoro, duro e faticoso oltre ogni immaginazione, nelle profondità delle miniere di carbone in Belgio, negli anni cinquanta. Così, trovandomi nelle vicinanze di Mercinelle, in Belgio, ho desiderato visitare la tristemente famosa miniera del “Bois du Caizier”, dove si consumò una terribile tragedia l’8 di agosto del 1956. Credo che in molti sappiano di quanto accaduto, ma vi assicuro che avere la possibilità di visitare questo luogo in prima persona fa sì che difficilmente si possa poi dimenticare. Per chi invece volesse saperne di più, basterà cliccare queste quattro parole in internet “Il disastro di Marcinelle” e scoprire cosa accadde quella mattina. La popolazione belga conosceva bene il lavoro in miniera, quanto fosse duro, pericoloso, e molti di loro, dopo tale esperienza dicevano: “ Mai più in miniera”. Così, dopo la seconda guerra mondiale, il Belgio aveva bisogno di manodopera e in quel triste momento lavoro non ce n’era. Cominciarono allora a vedersi sui muri delle città europee i cosiddetti “manifesti rosa”, con allettanti promesse per coloro che volevano partire: alti salari, vacanze, assegni familiari, alloggi gratuiti. Molti decisero di andare e firmarono un contratto senza neppure conoscerne il contenuto. L’accordo fra Belgio e Italia, firmato nel giugno 1946, prevedeva l’invio di 2000 giovani disoccupati la settimana, da far lavorare nelle miniere belghe in cambio di un certo quantitativo di carbone a basso costo. Tutti i candidati minatori venivano concentrati a Milano e, dopo accurate visite, partivano per il Belgio su carri merci (come gli animali ) e non venivano fatti scendere nelle stazioni passeggeri, bensì nelle stazioni merci, come se fossero pacchi, trattati come i loro stessi bagagli che racchiudevano le pochissime cose che possedevano, tra cui le foto di quella famiglia a cui erano fortemente legati e che erano stati costretti a lasciare. Giunti alla stazione, venivano “disinfettati” con polveri gialle. Perché? Erano infetti o era una forma di prevenzione per ciò che li aspettava? Poi i tanto sospirati alloggi! E qui, l’amara sorpresa: gli alloggi non erano altro che degli hangar di lamiera, dove erano stati alloggiati i prigionieri russi in tempo di guerra, tra le pulci ed ogni tipo di sporcizia. Chi arrivava con le famiglie non si poteva permettere di andare a vivere altrove, primo perché non aveva denaro, ma soprattutto perché il popolo dei minatori era un popolo invisibile, che doveva stare ben nascosto in luoghi isolati, lontano dalle città. Chi era senza famiglia, aveva la possibilità di alloggiare nelle cosiddette “ cantine”,dove poteva usufruire di un letto e di un pasto, gestite dalle stesse miniere, per la cifra di 500 franchi al mese. Questo voleva dire diminuire di molto la cifra da mandare a casa, una pena in più! Tutti questi uomini, che arrivavano dalle campagne, dal mare, dalle montagne, non potevano sapere cosa voleva dire entrare in miniera, nelle viscere della terra, a profondità fino a 1000 metri. Così, molti, dopo la prima discesa in miniera, volevano rientrare in patria, ma nessuno aveva detto loro che avevano firmato un contratto che li obbligava a lavorare in quel luogo e in quelle condizioni. Per cui, molti furono addirittura arrestati dalla polizia belga, come si fa con i disertori. Nessuno aveva detto loro, che erano stati “venduti” per un sacco di carbone. Per gli italiani poi, c’era un’ulteriore umiliazione: i locali pubblici avevano affissa la scritta “Vietato l’ingresso ai cani e agli italiani”….ebbene si, i cani erano interdetti, ma godevano sul cartello del primo posto!I minatori lavoravano senza maschere antigas, con lampade che facevano così poca luce che i loro occhi si abituavano all’oscurità completa, e niente ripari per le orecchie, sottoposte al rumore assordante delle escavatrici. E se pensate che avessero comodi e ampi ascensori per le discese e le risalite, avete pensato male! Per poter trasportare un maggior numero possibile di uomini, i minatori si accovacciavano negli ascensori dove venivano inseriti i carrelli che contenevano il carbone. Così nello spazio di ogni carrello (otto carrelli per ogni ascensore), si stipavano, accovacciati, circa 32 uomini per volta. Questa è solo una minima parte dei disagi dei minatori in quel periodo in Belgio. E in tale contesto, a causa di un errore umano, accadde l’irreparabile. Accanto al pozzo n. 1 della miniera del “ Bois du Casier”, il quale fungeva da canale di entrata e uscita dell’aria, c’era un altro pozzo e, fra i due, c’erano delle gallerie al momento ostruite. I due pozzi erano muniti degli ascensori per i carrelli e tutte le strutture all’interno dei pozzi erano di legno per evitare una rapida usura dei cavi dell’ascensore. Uno degli ascensori, quel giorno, venne usato in modo errato, così s’inceppò e i due carrelli sull’ascensore si posero in modo tale da sbattere su una putrella, la quale tranciò una condotta d’olio, i fili del telefono, e i due cavi dell’alta tensione, oltre alle condotte dell’aria compressa: tutti questi eventi insieme provocarono un immane incendio. Il fumo arrivò ad ogni angolo della miniera, causando la morte anche di coloro che non erano vicini all’incendio il quale, anche se limitato ai due pozzi e dintorni, non permise però l’accesso ai pozzi. La situazione si presentò subito in tutta la sua gravità e si tentò in ogni modo di soccorrere i minatori, ma solo 6 persone furono trovate vive nel pomeriggio. Si continuarono le ricerche fino al 23 agosto, ma alle tre del mattino, uno dei soccorritori disse: “Tutti cadaveri”. Persero la vita 262 uomini, di cui 136 italiani, 95 belgi e altri 31 di altre 10 nazionalità. Il più giovane aveva 14 anni, il più anziano 53. Al disastro sopravvissero 13 minatori, alcuni di loro oggi ancora vivi, testimoni della tragedia e possono raccontare ciò che accadde quel giorno. Dopo il disastro furono aperte diverse inchieste, ma non si fece mai luce sui fatti e si verificarono molte stranezze, oltre al fatto che il processo si svolse a Charleroi (in Belgio) e le 166 parti civili erano difese da un collettivo di avvocati che non fecero certo gli interessi delle parti lese,ovvero degli eredi delle vittime, come doveva essere. Alla fine furono tutti assolti,fu giudicato unico colpevole uno dei responsabili della miniera, per altro morto nel disastro. Furono chiaramente preservati gli interessi della compagnia mineraria. Solo dopo questa tragedia, nelle miniere belghe fu introdotto l’uso della maschera antigas. Oggi “ Le Bois du Casier” è diventato il Museo dell’Industria, ma anche un luogo dove si parla degli emigranti di ogni tempo e provenienti da ogni luogo, che lasciano la loro terra in cerca di una vita migliore. Inoltre, si possono ancora vedere le docce dove i minatori cercavano di fare scivolare via, quell’orribile fuliggine nera che era ormai penetrata fin dentro nei pori della pelle. C’è anche il cosiddetto angolo degli “appesi”, ovvero le carrucole appese al tetto, alle quali venivano attaccati gli abiti dei minatori quando si cambiavano per indossare le tute da lavoro. C’è una parete sulla quale si possono vedere tutte le 262 medaglie con il numero di matricola e il nome dei minatori morti. E c’è un raccapricciante filmato che comincia con le parole di una bimba che dice: “ Il mio papà , quando scende in miniera, dice che se mai succedesse qualcosa, farebbero tutti la fine dei topi”, il tutto sull’immagine di un gruppo di minatori che scendono rapidamente, sempre più giù. E poi, non si può perdere la stanza “della memoria “, dove sono appese le foto di tutte le vittime. Tutti loro ci guardano profondamente, e dai loro sguardi scopri colui che era partito in cerca di fortuna con tanta speranza; colui che aveva lasciato la propria terra per cercare di dare una vita migliore alla famiglia. Si può vedere colui che ha lo sguardo sperduto di chi si chiede cosa sta facendo in quella terra che non è la sua, fra gente sconosciuta che parla una lingua incomprensibile. E c’è chi ha lo sguardo innocente di un bambino, come i due ragazzi slavi di 14 e 17 anni! Tanti hanno nello sguardo la tristezza di chi è stato costretto a fare questa scelta per non soccombere alla fame dei tanti paesi dell’Italia, ma anche stranieri. E qui si può percepire tutta l’angoscia che accompagnava questi uomini, che per il cosiddetto “pezzo di pane”, hanno perso la vita ,lavorando dignitosamente con immane sacrificio, ma senza la giusta dignità che spettava loro in quanto esseri umani. E fra tutti loro, ho trovato anche un nostro compaesano: Sebastiano Campisi, nato ad Augusta il 3/9/1915, che lasciò la moglie e 4 figli. Questo inserto, questo ricordo è dedicato anche e soprattutto a lui, chissà se ancora nella nostra città vivano suoi familiari, e sarebbe davvero bello che la cittadinanza lo possa, in qualche modo, ricordare.

A cura di Nella Ternullo & Carmelo Spinali.