Cinquanta anni fa quando la Banda suonava alla villa

Inserto

Inserto pubblicato dal nostro inserzionista nel Marzo 2010

Me ne ricordo come se fosse oggi. Era un magico rito collettivo che si ripeteva ogni anno. La domenica sera d’estate, con mio padre, mia madre e qualche zia, immancabilmente uscivamo per andare al Palco della Musica. Mi ricordo perfettamente il profumo particolare di quelle estati. Il caldo afoso no, non lo ricordo. Chissà perché a quell'età (cinque, dieci anni?) il caldo non dava assolutamente fastidio. Ma il profumo dei fiori, la musica, la gente, la festa, tutto era inebriante. E la polvere... "non t'allurdiare i scarpi novi" mi strillava mia madre... e per quanta attenzione facessi chissà perché quella polvere bianca e impalpabile come la cenere mi ricopriva le scarpe e le gambe fino al ginocchio. Mio padre mi mandava ad "affittare i seggi". Venticinque lire cinque sedie, ed io tutto orgoglioso andavo a svolgere il mio compito laggiù in fondo al viale dove le sedie erano accatastate in pile che allora mi sembravano altissime, uguali a quelle della Chiesa di Sammastianu o della Matrice, con la seduta di spago che pizzicava le gambe e con un numero stampato nella spalliera che mi chiedevo a che servisse. Le trascinavo con fatica due alla volta, sollevando tanta polvere e ci si sedeva in semicerchio, sgranocchiando ciciri e simenza ad aspettare che cominciasse la musica. E finalmente ecco, il Maestro alzava la bacchetta, calava un improvviso e magico silenzio e la banda musicale attaccava. Come erano forti quelle trombe, poderosi i tromboni, saltellanti i clarinetti e i flauti e scintillanti quei piatti di ottone che aspettavano di vibrare nell'aria. Alla fine c'era sempre un fragoroso applauso ed era la parte che mi piaceva di più, tutti battevano le mani o si affrettavano a posare la granita di caffè nel tavolino rischiando di rovesciarla e gridavano bravissimi. Mio padre si preparava una mezza Serraglio, la metteva con cura nel bocchino e se la accendeva. Sembrava non prestare attenzione alla musica ma ad ogni attacco di un nuovo brano, dopo solo due note, vedevo le sue labbra muoversi a mormorare tra sè e sè il titolo, non so come ci riusciva. La mamma mi raccontava sempre di quando giovanissimo lui già suonava il clarinetto (l'ottavino, per la precisione) nella Banda Musicale di Augusta. Lo vedeva alzarsi in piedi, nella lustra divisa da musicante e fare il suo lungo e difficilissimo assolo, onore riservato a pochissimi nella banda. Le dita che correvano svelte sui tasti e tutto lo sforzo del fiato nell'ancia. "E poi tutti ci abbattevano le mani e vuciavano biiiis... Chi era beddu, nun c'è chiffari, era u megghiu di tutti..." mi diceva con gli occhi dell'amore. I grandi chiaccheravano tra loro, il farmacista Imprescia, 'u ziu Iele Corbino, il cavaliere Motta, il signor Tringali e 'u prufissuri Marotta, ma per fortuna poi a salvarmi arrivavano le granite di Iuzzu e il mio "pezzo duro", enorme nel piattino di acciaio che mi ghiacciava le mani. Sapori genuini di una volta impossibili da ritrovare. Non c'era la televisione ma c'era il Palco e la Banda dei musicanti. Il barbiere di siviglia, la madama batterflai, rigoletto, l'aria (l'aria?) dell'aida, o mio babbino caro, la turandò, la traviata, gugliemo tell (questo sapevo chi era), brindiamo brindiam, i vespri e la cavalleria rusticana, cumpari turiddu, verdi, mozzart, puccini, bellini, sciubert, rossini, betoven... che confusione a quell'età, tutti quei nomi e titoli non li ho mai imparati bene e tuttora faccio fatica. Ma grazie alla Banda Musicale di Augusta, al Palco della Musica e a quelle estati augustane ogni pezzo di musica classica, lirica o sinfonica, li riconosco tutti senza saperne il titolo o l'autore, ogni marcetta, rondò, polka, andante con brio, fortissimo... tutti, come se fossero tatuati in qualche angolo della memoria.

A cura di Giampiero Mellea.