Storie di fantasmi & fantasia nello scenario augustano

Augusta - Sicilia

Leggende di storie passate. Pubblicato Dicembre 2009.


La superstizione e le credenze popolari si diffondevano di pari passo alla vita cittadina nello scenario augustano, generando intriganti leggende prodotte dalla paura dell’inconscio. La sede delle paure sono le tenebre dove il buio genera silenzio e sviluppa la cattiva fantasia umana. Così l’immaginazione e la suggestione si impadroniscono di noi e danno vita a delle immagini fantasiose proiettandole in una realtà visiva. (F.C.)

Gli spiriti (spiddi) o fantasmi, di cui si parla nei racconti popolari nelle credenze augustane, sono rimasti anonimi e solo due dalle sembianze umane e uno dalla sembianza animale hanno inciso il loro nome nel corso della storia dei fantasmi augustani. Il “fantasma Tulè” e la “Femmina Morta” sono due leggende oggi dimenticate, risalenti al secolo scorso e legate una ad un’esecuzione l’altra ad una triste storia familiare. Il personaggio Antonio Cillizza alias Tulè era un criminale che terrorizzava i cittadini augustani con le sue malefatte. Il personaggio Tulè raggiunto un alto grado di criminalità fu catturato e condannato alla massima pena, quella capitale. Il patibolo fu allestito nella piana di Terravecchia e l’esecuzione della condanna a morte per decapitazione avvenne nei primi mesi del 1747. Si racconta che, quando Tulè venne giustiziato, il suo sangue cadde fuori dal patibolo, condannando, come cita la leggenda, la sua anima a girovagare sulla terra. Il fantasma Tulè faceva le sue apparizioni, a differenza di altri spiriti, in luoghi diversi da quello in cui era deceduto: appariva durante la notte nelle vecchie case o in edifici in costruzione. La sua presenza era segnata da rumori di rotolamento sopra i tetti ed a volte appariva dietro le finestre delle case abitate, emettendo rantoli e lamenti e terrorizzando gli inquilini. Così Tulè, anche da morto, continuò a terrorizzare gli augustani per circa un secolo, poi improvvisamente sparì per sempre dissolvendosi dalla fantasia augustana.
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La seconda leggenda narra la tragica storia di una donna di nome Maddalena, la quale rimasta orfana in tenera età venne adottata e cresciuta da un ortolano fino al giorno delle sue nozze. Maddalena sposò un giovane pescatore di nome Andrea, ma la felicità della coppia era destinata a non durare a lungo. Un giorno Andrea e Maddalena, decisero di trascorrere una giornata in una casupola, messa a disposizione da alcuni amici nei pressi della scogliera Sant’Elena. Dopo aver raggiunto il luogo con la barca, Andrea fece scendere dal natante la moglie e si diresse verso Punta Izzo per la posa della rete. Tornato, pranzarono e trascorsero in allegria il giorno fino all’imbrunire. Poi Andrea prese la barca per raggiungere il posto della posa delle rete. Si fece buio, Andrea non tornava, la disperazione di Maddalena cresceva proporzionalmente al tempo che passava, così, disperata, scese sulla scogliera invocando il nome del marito a squarcia gola. Andrea non fece più ritorno. Negli anni che seguirono la donna, tormentata dal dolore, cercò di tenere lontano il figlio Giuseppe dalla vita marinara. Un giorno Giuseppe, dopo molte insistenze, convinse la madre a fare una gita in barca. Raggiunto il mare aperto, improvvisamente si alzò un fortissimo vento; i due sventurati ammainarono la vela e cercarono di remare con tenacia verso la scogliera alla ricerca di un rifugio. Tutto inutile la barca si capovolse, i due caddero in mare e furono inghiottiti dai flutti. La mattina seguente fu ritrovato il corpo esanime di Maddalena, in quel luogo che ancora tutt’oggi è denominato “Cala Femmina Morta”. Altre versioni di questa triste vicenda vengono raccontate, in modo diverso, ma tutte sottolineano il dolore di questa donna per la perdita del marito. Si raccontava nel secolo scorso che all’imbrunire si udisse la voce straziante di una donna nel punto in cui Maddalena chiamava disperatamente il marito.
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Nella metà dell'800, un altro fantasma viveva nella credenza e nella fantasia popolare quest'ultimo era rappresentato da una figura animale: un cavallo senza testa. Si racconta che esso apparisse tutte le notti nel Rione dei Forni per poi percorrere al galoppo l'attuale Via Epicarmo e le vie limitrofe. Creando sia con il rumore degli zoccoli che con la sua ombra fuggente suggestione e terrore fra i cittadini. La leggenda racconta che una notte l'equino fantasma percorreva spavaldo al galoppo la solita strada al termine di essa nei pressi della Villa  trovò un nutrito numero di cittadini, stanchi della sua presenza, lo accolsero non con applausi ma con bastonate, frustate ecc. e l’animale ne uscì piuttosto malconcio. Da quella notte le apparizioni del cavallo senza testa furono sempre più rare e non più nelle solite strade fino ad scomparire dalla fantasia augustana. Nella credenza popolare cittadina vi erano altri, anzi troppi fantasmi o creature immaginarie. Vi ho segnalato questi tre leggende perché tra i popolani sono le più diffuse.

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